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Oddvertising, un brindisi alla pubblicità!

A un certo punto è successo che la pubblicità, quel fenomeno di frontiera fra economia e cultura, come lo definisce efficacemente Ghelli, ha smesso di parlare del prodotto servizio per concentrarsi sul messaggio stesso.

In un primo momento, i più grandi pubblicitari in circolazione hanno preso a costruire storie che esaltassero i valori del brand. Poi, esaurito il pozzo della retorica e della poesia, si sono dovuti spingere oltre, verso nuovi spazi inesplorati, ricchi di nosense.

Nasce così l’oddvertising, neologismo coniato per legare in una sola parola i termini “strano” e “pubblicità” e per sancire la separazione definitiva tra prodotto e messaggio.

Contestualmente, pur essendo spesso oggetto di polemiche e di un ancora non del tutto sopito senso di fastidio, la pubblicità ha conosciuto negli ultimi anni un’evidente rivalutazione estetica, fino ad assurgere essa stessa a intrattenimento.

E se una volta valeva il detto “è bella la pubblicità che vende”, oggi è vero il contrario: “vende la pubblicità bella”. E il successo di alcuni marchi e alcune aziende altro non è che il frutto di campagne pubblicitarie e strategie di comunicazione accattivanti e innovative.

Generalmente, gli spot in stile oddvertising partono da una situazione divertente, visivamente insolita, a cui viene aggiunta una variante bizzarra. Per completare l’opera, viene aggiunta un’ulteriore variazione, ancora più bizzarra. Lo stupore è servito.

L’oddvertising non è un approccio di marketing sconosciuto, ma è certamente in ascesa. Per molti studiosi, oggi rappresenta tanto una via di fuga dall’attivismo di marca a tutti i costi, quanto un rifugio da un clima politico e socio-economico grigio un po’ ovunque.

In Italia ne sono diventati maestri quelli di Diesel e Ceres. Grazie all’oddvertising sono balzati agli onori della cronaca i pubblicitari della Motta.

I successi eclatanti di questi brand dimostrano che l’oddvertising non è solo un diversivo: i dati dimostrano che il marketing della risata genera emozioni, engagement e conversioni.

La risata fa buon sangue, è virale, è una cosa sociale. Quando vuoi far colpo, istintivamente, provi a suscitare una risata. Dopotutto, la risata ci fa stare meglio. Ha anche un incredibile potere sulle emozioni. Se un marchio ti fa ridere, ti senti bene e te lo ricorderai.

Stando alle teorie freudiane, il 90% delle nostre decisioni (quindi anche quelle di acquisto) sono dettate dal subconscio e basate sulle emozioni, non da considerazioni razionali. Se un marchio è giocoso e divertente, il nostro cervello critico è messo fuori gioco.

Dunque, prendete creatività e giocosità e mescolatele con la giusta dose di umorismo. Aggiungeteci originalità e non fate mancare un pizzico di sorpresa. Mentre molti brand affollano la tavola dell’attivismo del marchio, voi offrirete in uno scenario esclusivo un drink di memorabile spensieratezza.

Un solo, doveroso avvertimento: fare stranezze non significa che funzionerà.

Toni Augello

Scrivo sia on line che off line. Sono un blogger e uno scrittore appassionato dei nuovi media come della vita, perchè profondamente attratto dalle relazioni e dalle storie. Mi occupo di digital, cultura d'impresa e startup con la stessa passione e con lo stesso impegno con cui faccio cultura e social innovation come project manager dei Laboratori Urbani Artefacendo.

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