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La teoria dei tre pozzi e lo storytelling di crisi

Un giorno, un imprenditore della vecchia scuola mi raccontò della sua “Teoria dei 3 pozzi”.

Una storia tanto semplice, quanto affascinante, dettata dalla sua trentennale esperienza nel volubile mondo del commercio.

<< Ragazzo >>, mi disse piantando i suoi occhi cerulei in quelli apparentemente marroni che ho io.

<< Un buon imprenditore, quando apre la sua attività, deve aprire contestualmente tre pozzi >>, proseguì.

<< Man mano che genera guadagni, deve iniziare a riempirli. Il primo è quello delle spese correnti, il secondo quello per gli investimenti >>, e qui fece una pausa talmente lunga che iniziai a pensare che i pozzi fossero due, non tre.

Sostenni il suo sguardo. A quel punto ci fronteggiavamo come due pistoleri appena oltre l’ingresso di un saloon, stivali piantati nel terreno polveroso, braccia lungo i fianchi e occhi negli occhi, senza batter ciglio. Era del tutto evidente che lui era più in forma di me in quel gioco atavico e non avrebbe ceduto. I miei bulbi oculari iniziavano a seccarsi. Sparai: << E il terzo? >>.

<< Il terzo è quello più importante di tutti >>, mi fece con un ghigno degno del miglior Clint Eastwood. Mi risparmiò un altro mezzogiorno di fuoco e concluse con enfasi: << Quello per le emergenze >>.

A quel punto avrei potuto fargli altre mille domande sulla grandezza dei pozzi, sulle modalità di suddivisione dei flussi, sulla definizione stessa di investimento e emergenza, secondo il suo punto di vista. Ma avevo una diligenza che mi avrebbe dovuto portare a Foggia e di lì un treno per Milano. E desistetti. Tuttavia, come dimostrano queste righe, quella scena non l’ho mai dimenticata e la conservo nei miei ricordi come quel proiettile che ti passa da parte a parte senza ucciderti, facendoti riconsiderare anche le cose più semplici con un approccio meno banale.

La morale della favola è ovvia, ed è strettamente collegata a quest’ultimo passaggio: più diamo tutto per scontato più ci esponiamo a rischi non calcolati. Questi rischi a volte diventano delle vere e proprie emergenze. E sono in grado di travolgerci.

Ho riflettuto spesso su questi concetti, in questi giorni, cercando di dare delle risposte a me stesso, prima ancora che ai miei clienti. Indipendentemente da dove partivano le mie elucubrazioni, sono giunto sempre alla stessa conclusione: gli eventi possono essere imprevedibili, siamo noi a dover rappresentare (quanto più possibile!) una certezza per noi stessi, per la nostra azienda e per i nostri clienti.

Qualunque sia la crisi, e indipendentemente dalla sua portata, è su te stesso e sulla tua azienda che devi concentrarti, facendo leva sulla tua storia. Perché sarà la tua storia a salvarti, molto più di qualsiasi aiuto pubblico. Saranno i valori che sarai riuscito a trasformare in vittorie a darti la forza per raggiungere altri traguardi. Queste non sono cazzate, questa è scienza. E la scienza si basa sui dati. E questi dati li potete leggere nella storia (e nei bilanci) di quelle aziende, piccole o grandi, che reggono l’urto delle emergenze fornendo a problemi nuovi risposte inedite con lo spirito di sempre. Anche in questi giorni terribili.

A supporto di questa tesi, c’è l’importanza dello storytelling di crisi e l’elenco delle quattro tipologie universali di emergenza: gli atti di Dio; gli atti dell’uomo; gli atti di Dio aggravati dall’uomo; gli atti dell’uomo aggravati da Dio.

Faccio un esempio. Occhio a non fraintendere!

Il Covid-19 è un “atto di Dio”. La pandemia che non viene contenuta per l’incapacità di alcuni di rispettare le regole è un “atto di Dio peggiorato dall’uomo”.

La carenza di dispositivi di protezione individuale è un “atto dell’uomo peggiorato da Dio” che facilita la diffusione di un virus non semplice da individuare in tutte le persone affette per la presenza degli ormai celebri asintomatici.

Riportiamo lo stesso esempio nelle dinamiche di un’azienda che, colpita dalla crisi in corso, anche se nelle condizioni di poterlo fare, non riesce ad esprimere una reazione significativa.

Se è vero che esistono a priori quattro principali categorie di crisi, un’azienda seria deve lavorare anche in tempi di pace per affrontare al meglio una qualsiasi di essa. Non è semplice, certo. Ma in questo articolo nessuno ha mai promesso niente. Tuttavia, riuscire a pianificare in anticipo i tipi di crisi che un’azienda potrebbe trovarsi ad affrontare, cambierebbe certamente la prospettiva, tanto in relazione alla propria capacità di risposta agli eventi quanto al vantaggio competitivo sui concorrenti.

La “Teoria dei tre pozzi” rientra a pieno titolo tra i piani strategici per fronteggiare un’emergenza e sarà in grado di fornirci gli strumenti necessari a contrastarla. Avremo così occasione di dare riprova della forza della nostra storia aziendale e conquisteremo un’enorme vantaggio competitivo in termini di marketing, il cui budget (a quel punto) non avrebbe alcun senso ridurre o azzerare. E nuovi capitoli da aggiungere alla nostra narrazione d’impresa.

Ok, ma quando si pianifica una gestione di crisi? La risposta è stata già data: quando non stai affrontando una crisi. Ora è troppo tardi? Sarà il tempo a dirlo. Sapete come finisce per chi tardi arriva! Ma oggi è certamente meno tardi di domani.

To be continued…

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