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Innovattiva

E-makers intervista Toni Augello

E-makers fa formazione ed educazione alla cultura digitale con attività sul territorio e sul web, promuovendo la digital transformation attraverso nuove tecnologie, metodi innovativi e networking tra professionisti.

In questi giorni così particolari sta intervistando alcuni protagonisti del digital e ha proposto a Toni Augello quattro domande.

Il founder di InnovAttiva ha risposto attingendo direttamente alla sua variegata esperienza di innovatore sociale.

Smart working, una modalità di lavoro intrapresa da molti, ma che in questo periodo è diventata l’unica possibile per molti. Come le PMI dovrebbero affrontare questa nuova rivoluzione culturale?

La risposta è semplice, e non è con un maggiore investimento tecnologico.

Lo smart working (da ora in avanti SW) è una modalità di lavoro strettamente connessa alla digital transformation (da ora in avanti DT).

Se è vero che non si può parlare di SW a prescindere dalla DT, è altrettanto vero che non si può parlare di DT a prescindere da un reale cambiamento di mentalità del lavoro e dei processi produttivi più in generale.

La DT non è una mera rivoluzione tecnologica, bensì (e prima di ogni altra cosa) un cambiamento  di approccio alle cose che facciamo.

La DT è quindi (o dovrebbe essere!) un’evoluzione culturale, prima ancora che tecnologica. 

Solo se ci è chiaro questo concetto, e siamo in grado di trasformarlo in gesti concreti, ha senso parlare di SW. E, nel caso di specie, SW sarà inteso come quel modo intelligente e funzionale di lavorare per raggiungere determinati obiettivi. 

Il cambio di paradigma sta tutto qui: passare dal suggellare con il cartellino la sterile precisione dell’orario di lavoro a realizzare (a prescindere da come e quando) un obiettivo preciso. 

Ne consegue, nella misura in cui questo processo è ben vissuto da azienda e lavoratori, una soddisfazione reciproca delle parti. In questa dinamica win wina prescindere dalla pandemia in corso – si registra un miglior bilanciamento vita-lavoro per chi lavora e una migliore produttività dell’azienda, sia in termini di quantità che di qualità (ricerche ad hoc certificano incrementi di produttività che possono toccare punte del 20%). Senza dimenticare la sostenibilità ambientale. Un lavoratore felice è certamente più produttivo di uno infelice. In conclusione, quindi, assolutamente + SW e – pandemie! 

Spesso il web è stato demonizzato, attribuendo ad esso la colpa per un cambiamento che ha significato per molti sviluppo, ma per molti altri esclusione da una società sempre più digitalizzata. Considerando che sia lavorativamente che socialmente è l’unico strumento in nostro possesso per poter mantenere i contatti, cosa credi sia necessario fare per attenuare l’analfabetismo digitale? 

Abbiamo paura dei demoni che non conosciamo. Potrei anche fermarmi qui. 

Ma se volessi sviluppare il pensiero, arriverei esattamente dove finisce la domanda: se superiamo l’analfabetismo digitale, superiamo il problema. La conoscenza è la chiave. Come si implementa questo passaggio lo descrivevo in parte nella risposta precedente. Occorre un cambio di mentalità per generare un cambio di passo. Come? Utilizzando il più possibile in digital come strumento di divulgazione, rendendolo un mezzo agile per acquisire conoscenza e risolvere problemi. E  rispondere (o trovare risposta) a necessità vecchie e nuove, in maniera intuitiva e accessibile a tutti. Questi non sono proclami filosofici. Nell’era digitale che noi stessi abbiamo inaugurato questa è l’essenza stessa del marketing. Più il digital è democratico, più è nelle condizioni di poter generare volumi d’affari importanti per tutti. 

Certo, la questione è ampia e complessa. Ma ancora una volta può venirci in soccorso il marketing: non dobbiamo vendere prodotti (spacciandoli come infallibilmente buoni per tutti, in qualsiasi parte del mondo, indifferentemente dalle contingenze), ma soluzioni ad hoc per pubblici mirati. Ma anche restringendo il campo, dobbiamo affinare l’arte del fascino con contenuti altamente performanti che sappiano distinguersi per fruibilità, funzionalità, figaggine. La rete è un mosaico infinito, ma raggiunge il suo scopo più alto solo se ogni tassello è messo al posto giusto, nel modo giusto, nel momento più opportuno. Tutto il resto è una fake news! 

I coworking hanno avuto una forte crescita negli ultimi anni, quali sono gli scenari adesso? 

Il coworking è la casa della DT per eccellenza. Non solo nel cuore delle grandi città, ma anche nelle periferie e nei piccoli centri. Ok, qui è più difficile tenere il passo, ma proprio per questo è necessario esserci. 

Il fatto che viviamo un’epoca in cui proprio grazie al digital non conta dove sei, ma cosa fai e come lo fai (su internet non esistono punti cardinali), non preclude il piacere e l’utilità di condividere anche fisicamente la DT. Tutt’altro. Il coworking diventa luogo di interazione costante e permanente, che connette professionalità diverse, ma tra loro collegate, e attiva un effetto moltiplicatore del valore professionale di ognuno. 

Fare le cose insieme agli altri diventa il vero motore dell’innovazione, persino quando avviene casualmente. In un coworking molto più che in qualsiasi altro posto fisico o virtuale si innescano naturalmente quelle dinamiche che vengono definite “a conoscenza inattesa”. Ed è quello che fanno normalmente le idee. Quando vengono condivise, si diffondono, si possono modellare e strutturare, e si può provare a realizzarle. 

Io ne sono così convinto che ho aperto il Coworking Artefacendo in un piccolo centro sul Gargano, in piena estate. Nel giro di pochi mesi ho esaurito le scrivanie a disposizione, ho visto nascere una startup (Exodia) e portare a raggiungimento di obiettivo una campagna di crowdfunding su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo (Colto e mangiato, dal Gargano a New York)!

Poi è scoppiata la pandemia. E tutti sappiamo cosa è successo. Ancora non sappiamo quello che succederà. E molto dipenderà anche dalla nostra capacità di risposta alla crisi che ne è conseguita. Ma così come abbiamo implementato lo SW in questi ultimi mesi, sono convinto che dovremo potenziare i coworking. Le due cose sono strettamente collegate. Ovviamente con tutte le cautele utili ad azzerare la possibilità di contagio. 

Rivoluzione culturale e sociale, la tua personale visione del futuro e il tuo consiglio alle attuali e future generazioni. 

Come anticipato passa tutto dalla cultura e dalla formazione. E da una cultura della formazione più orientata ai risultati! Più saremo formati, meglio sapremo gestire le sfide in corso e quelle che ci aspettano. Per quanto estremante difficile e doloroso, anche quello in corso è un periodo importante, a suo modo “magico”. Ci costringe a riflettere sui valori fondamentali della nostra società, a riscrivere l’elenco delle priorità (sia collettive, che individuali), ci spinge ad immaginare e a disegnare un futuro come non facevamo da tempo, o forse non abbiamo mai fatto. Tutti. A qualsiasi età, condizione sociale e professionale. Ne avremmo fatto volentieri a meno, ma tant’è. Questo periodo ci spinge a fare i conti con noi stessi. Ci mette alla prova. Quindi, in tutta onestà, anch’io sono stato spiazzato dalle contingenze e non ho ricette per venirne fuori a stretto giro. Di una cosa, però, sono convinto: che da questa situazione difficile ne dobbiamo venire fuori insieme, collaborando, facendo rete, mettendo a sistema le buone pratiche, valorizzando il merito e sostenendo le buone idee. Se è vero che stiamo vivendo qualcosa che non avevamo mai visto, dobbiamo farlo in maniera altrettanto inedita. Se mettiamo a valore la voglia di rinascita e la collaborazione con lo stesso impatto con cui il terrore ha svuotato le città in questi giorni, io sono certo che possiamo restituire a noi stessi un mondo migliore di quello che abbiamo messo in stand-by. 

DT, SW e coworking possono essere sicuramente annoverati tra gli strumenti indispensabili per progettare un futuro migliore per tutti. 

Quindi non sprechiamo questo tempo prezioso a casa. Ampliamo le nostre conoscenze, confrontiamoci (anche se a distanza), studiamo le buone pratiche che hanno generato le migliori innovazioni degli ultimi anni. Insomma, alleniamo mente e cuore per tornare ad esprimerci al meglio delle nostre possibilità. Non quando tutto sarà finito. Ma appena saremo finalmente pronti.  

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