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Innovattiva

Aprite le stanze, arriva Clubhouse – di Toni Augello e Francesco Placentino

Il mondo social sta impazzendo per Clubhouse, la nuovissima app incentrata unicamente sulle chat vocali.

Ad alimentare la curiosità gioca il fatto che non è accessibile a tutti. Tu chiamalo, se vuoi, marketing di esclusività. 

Eppure, Clubhouse ci ha subito richiamato alla memoria le “stanze” di Skype. Ve le ricordate le Skype rooms? Un esperimento che durò pochissimo, forse perché all’epoca non eravamo affatto pronti a prenderci le nostre responsabilità digitali.

Erano gli anni in cui – i vegliardi lo ricorderanno – si parlava insistentemente di second life e si distingueva nettamente il mondo virtuale da quello reale. Chi l’avrebbe mai detto che, a quasi vent’anni di stanza (ce ne abbiamo messo, eh!), la distinzione venisse del tutto superata? La pandemia poi, ha paradossalmente rovesciato la situazione: oggi l’unica socialità possibile è proprio quella online!

Roba da non crederci!

Era il 2003 quando Skype venne alla luce e, di lì a poco, tra le altre funzionalità mise a disposizione del mondo digitale le “rooms”. YouTube sarebbe nato solo due anni più tardi. Twitter e Facebook non erano stati ancora inventati.

Se Zuckerberg avesse fatto prima, le stanze di Skype avrebbero avuto una chance in più. La principale rivoluzione che Mark regalò al mondo delle conversazioni in rete fu proprio l’assunzione della responsabilità delle stesse, attraverso il semplice fatto (ma assolutamente non scontato all’epoca) che sdoganò la registrazione al suo social con nome e cognome e relativa foto dell’utente. La sua rapida e capillare diffusione, di fatto, azzerò la tendenza ai profili falsi. 

In un colpo solo mandava in soffitta i nickname e con essi la libertà di dire qualsiasi porcheria impunemente sulle varie chat (dove inizialmente si poteva solo scrivere). Skype, arrivando in così largo anticipo sul tema delle conversazioni a voce (che è cosa diversa da conversazioni con messaggi vocali), prevedeva ovviamente che nelle sue chat di gruppo (le stanze, appunto) si comunicasse verbalmente: le porcate, quindi, non solo potevano esser proferite a viva voce, ma addirittura urlate!

Nessuno avrebbe potuto denunciare nessuno, né attivare quei processi di segnalazione di profili che si faranno strada progressivamente (che su Clubhouse si attivano semplicemente tenendo premuto l’indice sulla foto del profilo da segnalare, che “apre” a tre possibilità: Block, Report for trolling, Report an incident).

Vent’anni fa è con Facebook (che ultimamente ci sta facendo rimpiangere gli esordi) che inizierà a cambiare tutto. 

Ecco, ci sono voluti vent’anni per ripartire da dove Skype aveva fallito. Clubhouse potrà piacere o meno, ma riapre le porte a nuovi interessanti scenari relazionali e narrativi. Con un bonus: ci scrolla due decenni dalle spalle, facendoci tornare giovani (maturi molti di noi lo erano già e, anche attraverso i social, hanno creato mondi, nel frattempo).

Cerchiamo di capirci di più sul fenomeno che sta spopolando sui nostri iPhone. La prima versione è preclusa ai sistemi operativi Android.

Nata in piena pandemia nell’aprile 2020, dall’idea di Paul Davison (ex dipendente Pinterest) e Rohan Seth (ex dipendente Google), Clubhouse permette ai suoi utenti di chiacchierare, raccontare storie, stringere amicizie e incontrare nuove persone tramite l’utilizzo esclusivo della propria voce, senza la possibilità di pubblicare altri tipi di contenuti come immagini, video o testi.

L’app è riuscita ad aggiudicarsi un primo round, lo scorso maggio, pari a 12 milioni di dollari di finanziamenti provenienti dalla società di venture capital Andreessen Horowitz. Successivamente il fondo ha investito altri 100 milioni di dollari in Clubhouse a seguito di una sua valutazione post-money da un valore di 1 miliardo di dollari.

Come funziona?

Al momento l’applicazione è in fase closed beta ed è scaricabile solo per chi possiede dispositivi iOS, quindi prodotti Apple e l’accesso è consentito solo su invito da parte di qualche utente già iscritto. Ad oggi si contano poco più di due milioni di utenti.

Dopo aver scaricato l’app ed inserito i dati obbligatori (numero di telefono, nome e cognome), gli iscritti dovranno scegliere in quali “stanze” avviare le conversazioni. 

Qui entra in gioco l’algoritmo del social network che, in base a interessi e passioni espresse dall’utente (cinema, tecnologia, musica, politica e anche cucina), selezionerà le stanze più pertinenti. 

In ogni stanza di Clubhouse dove si tengono le conversazioni, sarà sempre presente un moderatore (che è l’organizzatore della stanza o è da esso nominato), che può dare o togliere voce ai partecipanti. Ogni utente può scegliere se limitare la sua azione al solo ascolto o prendere parte alla discussione, parlando a microfono aperto. A protezione della privacy dei partecipanti, all’interno di Clubhouse non sarà possibile condividere, registrare o scaricare gli audio. 

L’unico intoppo, al momento, essendo possibile connettersi solo tramite cellulare, è l’interruzione momentanea della connessione se nello stesso momento si riceve una telefonata.

In queste ore molti social media manager lo stanno testando. La domanda più ricorrente è come i brand utilizzeranno questo nuovo strumento. Come per molti illustri predecessori, le evoluzioni del social saranno determinate dalle dinamiche degli utilizzatori finali. Il tema quindi va capovolto: come lo utilizzeranno le persone in relazione ai brand? Invece che essere un brand a parlare a centinaia di persone, potrebbe essere una sola persona ad interfacciarsi con più brand (tramite i propri smm), creando stanze per interrogarli, prima di scegliere. Oppure, potrebbe segnare un’evoluzione per il mondo delle recensioni online, una nuova frontiera per il customer care o per logiche di loyalty. Non ci resta che scoprirlo!

Lucia Cataleta

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